lunedì 12 dicembre 2016

Promemoria per i difensori ad oltranza della Costituzione

Promemoria per i difensori ad oltranza della Costituzione italiana, gli stessi che adesso sono inferociti dalla nomina del nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri NON ELETTO DAL POPOLO (semplicemente perché in Italia  il Presidente del Consiglio NON VIENE MAI eletto dal popolo)
Art. 1. [...] La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (Neppure il popolo può fare tutto quello che vuole)

Art. 60. La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni. [...] (Quindi, finché c'è un governo che ottiene la fiducia, può restare in carica l'intero Parlamento entro i 5 anni).

Art. 67. Ogni membro del Parlamento [...] esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.(Non è quindi possibile, allo stato attuale e per la nostra Costituzione, stabilire fino a quando un parlamentare debba conservare il suo posto. A meno che, ovviamente, non cada il Governo e non ce ne sia un altro che prenda la fiducia).

Art. 75. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80]. (Per chi invoca il referendum per uscire dall'euro)

Art. 92. IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NOMINA IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI[...] (Vuol dire che mai il Presidente del Consiglio, nella nostra Repubblica Parlamentare, viene eletto dai cittadini)

Art. 94. Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. (Finché ce l'ha, la Costituzione non prevede che si vada alle elezioni, neppure se alcuni partiti politici si mettessero a fare i capricci di fronte al Quirinale)

Dunque, nel 2013 sono stati eletti deputati e senatori e questi daranno la fiducia al Nuovo Governo. Evitiamo quindi i capricci infantili e i piagnistei: la Repubblica Italiana funziona così, lo dice la Costituzione cribbio! Tutto quello che sta avvenendo è perfettamente ... legale!

domenica 31 luglio 2016

Due papi, due Islam: forse è il caso di mettersi d'accordo?

Prima c'era Ratzinger, adesso non più, perché c'è Francesco. O meglio, Ratzinger c'è ancora ma ha preferito non esercitare. 

C'è anche una presenza massiccia di gente musulmana, sparpagliata qua e là, in tutte le nazioni dell'Unione Europea. Si pone quindi il problema della compatibilità dell'Islam con le tradizioni dell'Occidente. Questione, questa, che alla luce degli attentati degli ultimi tempi si è notevolmente accentuata.

 Ci sono due papi, che dormono a poche centinaia di metri l'uno dall'altro, che si sono avvicendati sul trono di Pietro in tempi piuttosto recenti e che ancora, di tanto in tanto, si incontrano, dialogano e si incoraggiano vicendevolmente; due papi che, soprattutto, sulla questione Islam dicono l'esatto opposto

Benedetto XVI a Ratisbona sottolineava la natura violenta dell'Islam e la sua sostanziale incompatibilità con la cultura occidentale cristiana (come se, tra l'altro, fosse solo cristiana; ma vabbè, il Papa deve pur fare il Papa); Papa Francesco, dal canto suo, di fronte ad un susseguirsi di stragi, sgozzamenti e lutti nazionali sottolinea in modo perentorio che l'Islam con la violenza non c'entra nulla. Le guerre, aggiunge, hanno una motivazione economica e di prevaricazione, ma la religione - le religioni! - nulla hanno a che vedere con tutta questa violenza
"Capito?", conclude così, quasi stizzito.

Il punto, adesso, non è chi dei due ci azzecchi; in fondo potrebbero sbagliare entrambi, o avere entrambi una piccola fetta di ragione. Il punto è che di fronte alla stessa realtà, allo stesso "mondo" contaminato dal peccato (secondo loro) e dal desiderio opposto di redenzione, due pontefici abbiano una visione delle cose totalmente opposta

Come è possibile, c'è da chiedersi, se entrambi partono dalla stessa fede? È come se due persone conoscessero lo stesso alfabeto e la stessa grammatica, ma che, aprendo il medesimo libro, leggessero cose diverse. Se indossano gli stessi occhiali - e le lenti degli occhiali sono la dottrina, la tradizione, e la fede cattolica - come è possibile che vedano cose diverse?

Che anche il papato, o i papati, sia coinvolto nel relativismo culturale che condanna?

martedì 26 luglio 2016

Il velo islamico che ci indigna? E' nato in Occidente, così come noi lo intendiamo

Oggi contestiamo all'Islam, tra le tante cose, l'uso del velo imposto alle donne. Ci dà fastidio, lo riteniamo un oltraggio alla dignità della donna stessa. Perché obbligarle ad indossarlo? Non se ne conosce il senso, e questa abitudine musulmana è un ulteriore pretesto per vedere gli islamici come inferiori rispetto a noi illuminati occidentali (non so se a torto o a ragione e non intendo parlarne qui).

Il libro di Paolo Ercolani, Contro le donne, Edito da Marsilio NODI, ci aiuta a capire da dove venga questa usanza del velo e quali significati esso abbia assunto nel corso dei secoli.
Se ci fermiamo un attimo a riflettere, intanto, può darsi che ci venga in mente quali donne, oltre a quelle musulmane, sono obbligate ad indossare il velo: le monache.

L'uso del velo è antichissima ed è documentato da oltre tre millenni nell'area mesopotamica ed indo-iranica. Il suo significato, sin dall'inizio, è stato vario e diversificato: poteva contrassegnare l'appartenenza ad un rango elevato oppure assumere un valore di stigma sociale.
Nel mondo classico, poi, i personaggi mitologici sono raffigurati con un velo che copre testa e spalle. In questo caso è, appunto, il simbolo del loro rango di divinità.

L'uso del velo era diffuso ai tempi di Pericle e della presunta democrazia ateniese. Ad Atene, infatti, non era consentito il voto alle donne, agli schiavi e ai meteci; in pratica, oltre il 50% della popolazione non votava (alla faccia della democrazia! Almeno delle democrazie a cui siamo per fortuna abituati). La donna non veniva affatto considerata alla stregua dell'uomo (anche se in altre poleis godeva di alcune libertà che ad Atene non le venivano concesse).

Dalla Roma Antica, dove per esempio il sacerdote (pagano) officiante - il flamen dialis - era obbligato ad indossare un copricapo, si passa al mondo cristiano.

San Paolo scrive (1 corinzi 1,3-1,7): 

“Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. 

e ancora, poco dopo:

L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. 

Nelle parole successive, l'Apostolo delle genti cerca di ammorbidire il suo principio, radicato anche in altri passi, di sottomissione della donna, ma le parole appena citate restano comunque.

Paolo Ercolani, "Contro le donne"
Il velo così come lo intendiamo è un'invenzione occidentale, nata in seno alla Chiesa Cattolica. Una delle ragioni riportate di frequente ritiene che tenere i capelli velati servisse per evitare che la chioma delle donne potesse sedurre gli uomini.

Ma c'è anche altro. La donna era considerata "porta del Diavolo", così definita da Tertulliano, cioè una creatura che attira i diavoli. Cosa c'entra però il velo che copre i capelli con la donna e con il diavolo? 
Ebbene, il demonio cornuto, così come lo raffiguriamo noi, veniva un tempo immaginato soprattutto come un volatile, in grado di aggrapparsi ai capelli. Le donne con i capelli lunghi, quindi, avrebbero potuto attirare il demonio, il quale poi si sarebbe "agganciato" alle ciocche di capelli e sarebbe stato introdotto nelle case o, peggio ancora, nei luoghi sacri.

Ecco perché le monache, ancora oggi, devono tagliare i capelli o coprirli con il velo. Non soltanto, dunque, le donne islamiche. 
A monte, perciò, c'è la considerazione della donna e come essere inferiore e come "calamita" prediletta per il maligno.

Fino al Concilio Di Trento - sempre secondo Paolo Ercolani - il matrimonio con una donna veniva considerato un atto in sé abominevole. Lo stesso matrimonio allontanava da Dio. La donna era un Instrumentum Procreationis, un semplice mezzo per mettere al mondo dei figli. Per Tommaso la colpa dell'uomo non era tanto sposare una donna, quanto amarla.

Risale a qualche anno fa - certamente ancora fino al secondo dopoguerra - la pratica per cui le donne romagnole, ma non solo, cucivano sulla loro sottana la frase "Non lo faccio per piacer mio ma per dare un figlio a Dio".

Eppure oggi il velo islamico ci disgusta parecchio e lo guardiamo con l'aria di chi pensa  che "non ci riguarda".

venerdì 15 luglio 2016

Sul declino (presunto) dei valori dell'Occidente

Di fronte a fatti di cronaca piuttosto gravi ed importanti, come l'attentato a Bruxelles avvenuto qualche settimana fa, oppure la recente strage di Nizza ad opera di un tir che ha travolto la folla, tutti si sentono in diritto, e in dovere, di dire la propria, facilitati senza dubbio dalla potenza comunicativa dei Social (Umberto Eco si starà rivoltando nella tomba). Ed è giusto così. In questo caso ne approfitto anche io, per rispondere alle osservazioni secondo cui l'Isis e il terrorismo dilagano perché "l'Occidente non ha più i valori con cui contrastare il fondamentalismo islamico". 

È senza dubbio una interpretazione parziale e altrettanto fondamentalista: equivale a dire che si può contrastare un fondamentalismo soltanto con un altro fondamentalismo. Il fondamentalismo può essere inteso come un universo valoriale univoco ed uguale per tutti; diversamente, quando si ammette la pluralità di valori e di chiavi di lettura della società, si è soliti parlare di relativismo. Ma relativismo rispetto a cosa? Rispetto a ciò che "io ritengo arbitrariamente valido per tutti": la mia morale, i miei valori, devono valere anche per gli altri, ed il relativismo, che si invoca come spauracchio, non è altro che un deragliamento da uno specifico modo di intendere i valori. 
Ora, nessuno qui inneggia a questo tipo di relativismo, sia chiaro, altrimenti non avrebbe neppure senso scrivere queste poche righe (del resto, a cosa servirebbe se si può dire e negare tutto di tutto?).

La questione diventa interessante quando chi si abbandona a queste litanìe mielose propone come soluzioni il ritorno al fondamentalismo cristiano, ad un dogma, ritenuto migliore, che ne sostituisce un altro, quello islamico, più dannoso. Chiunque si professi custode della Verità assoluta si pone in un atteggiamento non dialogante, e sappiamo che, purtroppo, neppure il cristianesimo (soprattutto romano) è esente da questa deriva ("non c'è salvezza fuori dalla Chiesa" recita un documento). Quindi la parafrasi della questione è la seguente: "Il fondamentalismo religioso islamico può essere debellato solo dal fondamentalismo cattolico-cristiano, che è migliore dell'altro". 

Sembra quasi che senza fondamentalismi, senza dogmi, senza presunte verità inoppugnabili, non si possa vivere. Sembra che i valori del dubbio e della ricerca siano segni di debolezza; sembra che l'umiltà di ammettere i proprio limiti, di non pretendere di avere l'unica chiave di lettura del mondo sia ciò che permette alla prepotenza di dilagare; Sembra, insomma, che se non si ha l'arroganza del padrone di casa che detta le regole (siano esse ragionevoli o no) si debba necessariamente soccombere.

Difatti, un religioso pubblica queste eloquenti parole sul suo profilo Twitter:

Il resto dell'umanità che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si convertì dalle opere delle sue mani. Ap. 9, 20

oppure

Nella sua ricorrenza più importante, la giacobina continua a pagare il prezzo del .

Più chiaro di così si muore.
Sulla bellezza dei valori veicolati dal Cristianesimo nessuno osa dire nulla: la religione dell'amore, i messaggi di pace e fratellanza sono un'eredità da custodire e di cui andare fieri.
La figura di Gesù e il suo messaggio sono benedizioni per l'umanità. Ma anche per questo all'Occidente il fondamentalismo non piace più, e non può essere biasimato.

 Vorrei ricordare solo alcuni, tra tanti, dei valori su cui si fonda l'Occidente; perché l'Occidente i valori ce li ha, eccome, e non sono tutti di ispirazione cristiana (tanto che furono recepiti dalle chiese decenni e decenni dopo la loro applicazione ad opera della società civile: basti pensare al principio della "libertà di coscienza"). Lo faccio a memoria, consapevole di tralasciare valanghe di informazioni altrettanto significative:

- Dal 1215 la civiltà occidentale sancì l'Habeas Corpus nella Magna Carta, un importantissimo atto a salvaguardia delle libertà individuale, che impediva la detenzione arbitraria, e spesso ingiustificata, di esseri umani;
- Il primo Stato al mondo ad abolire legalmente la pena di morte fu il Granducato di Toscana il 30 novembre 1786 con l'emanazione del nuovo Codice Penale Toscano. Nel 1764 Cesare Beccaria pubblicò l'opera "Dei delitti e delle pene", in cui compariva la prima esplicita condanna della pena di morte;

- La Costituzione americana del 1791 sancisce per l'essere umano, per la prima volta, il diritto alla felicità e alla libertà di coscienza. Mai prima di allora una costituzione aveva stabilito principi simili;

- L'Illuminismo francese ha partorito, oltre duecento anni fa, il Contratto sociale e la suddivisione dei poteri dello Stato, che sono oggi a fondamento di tutte le nostre democrazie;
- Nel 1948 entra in vigore, in Italia, la Costituzione repubblicana, che ci viene ancora invidiata, e copiata, in alcuni dei 12 principi fondamentali su cui si fonda (tralasciamo per adesso il neo dell'articolo 7);
- Nel 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclama la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, a tutela dei diritti e doveri inalienabili che spettano a qualsiasi essere umano, senza distinzione alcuna di razza, sesso, lingua, credo religioso;

Nella nostra Europa, nel nostro Occidente, le donne possono amare e sposare chi vogliono, possono vestirsi come più gradiscono; le persone scelgono "se" e "quale" religione seguire, decidono liberamente a quale valore morale rifarsi (restando nel principio universale per cui esso è valido finché non intacca la libertà altrui); i cittadini decidono da chi farsi rappresentare e revocano la fiducia con un colpo di matita nel segreto dell'urna. 
E questa sarebbe una deriva dei valori? L'Occidente i valori ce li ha eccome! Che poi non corrispondono a quelli di un certo fondamentalismo occidentale è un altro discorso. 

Il punto adesso non è "avere valori", ma essere capaci di difendere quelli che si hanno, questione che sposta la nostra attenzione da tutt'altra parte. 
In fondo, che piaccia o no, l'Occidente ha già vinto contro il fondamentalismo islamico, proprio con il suo anti-fondamentalismo: si tratta adesso di "mantenere il risultato".

domenica 26 giugno 2016

L'illusione della democrazia referendaria

L'esito del referendum britannico di questi giorni ha lasciato tutta Europa, se non tutto il mondo, a bocca aperta. Chi scrive non è in grado di fare valutazioni sulle conseguenze a cui questa scelta condurrà l'Europa, la Gran Bretagna oppure su quali saranno le ripercussioni per l'economia mondiale. Ammetto semplicemente di non avere gli strumenti culturali per fare valutazioni di questo tipo.

Tuttavia qualche riflessione ci può stare rispetto a chi inneggia alla democrazia ogni volta in cui un popolo si esprime  in modalità referendaria.

Non importa come andranno le cose, dicono, l'importante è che siano i popoli a scegliere. E la volontà dei popoli è sovrana.

Chi potrebbe obiettare ad una simile affermazione? Nessuno, credo. 

Eppure qualche distinguo si può fare.

Dopo migliaia di anni di evoluzione siamo arrivati a scegliere la democrazia come migliore forma di governo. Non è l'unica possibile, neppure siamo certi che questa sia la migliore opzione democratica (i grillini propongono, ad esempio, una democrazia diretta via web, i cui sviluppi potrebbero essere molto interessanti), e sappiamo anche di quanti limiti abbia la democrazia in sé. Ciò nonostante Luigi Einaudi sosteneva che fosse comunque da preferirsi perché anziché tagliare le teste le conta. E aveva ragione.

La democrazia nasce in Grecia, ad Atene. Non tutti avevano diritto al voto, ma coloro a cui era concessa questa opportunità si recavano la mattina presso l'agorà e votavano direttamente i provvedimenti da prendere per la polìs. Era una forma di democrazia diretta, in cui tutti i portatori di interessi, i cittadini appunto, si esprimevano sulle scelte commerciali, sull'opportunità di ampliare porti, sulle merci di cui favorire la produzione, sul numero di navi che avrebbero attraccato al porto del Pireo.

 Oggi una democrazia diretta non è possibile: non possiamo chiamare al voto ogni giorno circa 60 milioni di italiani. Abbiamo perciò bisogno di rappresentanti che votino al nostro posto e prendano decisioni in nostra vece. L'elettore, scegliendo il suo rappresentante, sceglie anche le persone a cui affidarsi e di cui fidarsi. Dice, in altre parole, "Va' e scegli al posto mio".

Le ragioni di questa delega, a volte totalmente in bianco, non sono motivate soltanto da ragioni pratiche. Ci sono altri motivi, il più importante dei quali consiste nel riconoscere che il cittadino comune, rispetto a molti ambiti, non è in grado di scegliere. Questo dato di fatto è bene che coloro che inneggiano alla democrazia referendaria senza "se" e senza "ma" se lo mettano bene in testa! 

Siamo in democrazia, e su questo non ci piove, ma il cittadino, rispetto ad ambiti specifici, non è in grado di scegliere.

In altre parole, questo vuol dire che il processo democratico non può affatto dirsi perfetto quando tutti i cittadini vanno a votare, né quando ai più è generalmente concessa la possibilità di esprimere la loro preferenza. La democrazia, invece, si dà realmente quando i cittadini votano consapevolmente, quando cioè sono informati sui fatti.

La parola chiave è l'avverbio "consapevolmente", e cioè votare sapendo esattamente ciò per cui si sta votando.

Ora, quando chiesero agli italiani di scegliere sul divorzio il problema non si poneva. Si trattava di un quesito referendario piuttosto semplice e ciascuno era in grado di votare secondo il personale modo di pensare, le proprie credenze religiose, le proprie esperienze di vita.
Ma quando, ad esempio, si chiede ad un italiano di scegliere se impiantare o no delle centrali nucleari in territorio nazionale, il cittadino medio è sufficientemente preparato sulla questione? Sa cosa significhino energia nucleare, fabbisogno energetico nazionale, smaltimento delle scorie, livelli di sicurezza delle centrali? Non credo. Non tutti in Italia siamo ingegneri e non tutti siamo in grado di valutare la portata di una scelta del genere. 

Cosa fare allora in questi casi? Le strade sono due: affidarci a chi ne sa più di noi e fidarci; oppure scegliere ascoltando questa o quella campana, che poi è un modo diverso per fidarsi di qualcuno, ma sicuramente più "alla buona", se non altro perché poi è impossibile identificare chi siano i responsabili della scelta. In quest'ultimo caso si parla di referendum.

In Gran Bretagna è andata così, tanto che adesso gli inglesi hanno una fifa matta di aver fatto la scelta sbagliata: alcuni colossi dell'economia dichiarano che sposteranno i capitali all'estero; l'UE pretende l'uscita immediata e si adopera per ritirare i finanziamenti spettanti agli Stati membri. La Scozia, il Galles e l'Irlanda del Nord minacciano di staccarsi dal Regno Unito e, già poche ore dopo la diffusione degli esiti della votazione, i giovani azzannavano i vecchi per aver preferito il "leave" al "remain".  A questa reazione a catena si aggiunga che 2 milioni e mezzo di britannici stanno già raccogliendo le firme per un altro referendum, con cui sperano di rimangiarsi la scelta fatta. 

Qual è stata la motivazione principale della scelta di lasciare l'Unione? Semplice: non avere gli immigrati tra i piedi. Meglio lasciare la patata bollente, e la fatica, dell'accoglienza ad altri, noi siamo un'isola, in tutti i sensi.
Una classica scelta di pancia.

In tutto ciò Google diffonde dati agghiaccianti: il giorno dopo lo scrutinio milioni di inglesi hanno cercato su internet informazioni su cosa sia l'Unione Europea. In altre parole significa che milioni di cittadini ignorano completamente di cosa abbiano fatto parte fino ad ora; incuriositi dal clamore mediatico della "brexit", per cui avevano votato, scrivono su Google "Che cos'è l'U.E.?". Al posto loro mi vergognerei.

La gente vota senza sapere per cosa vota. Vota ma non è in grado di farlo e questo equivale a mettere una revolver in mano ad un bambino.

Alla luce di ciò, possiamo veramente inneggiare al referendum come forma suprema di democrazia? 
In una società semplice lo sarebbe senz'altro, ma possiamo dire lo stesso in una società complessa? La domanda è retorica. 

La migliore forma di democrazia sta nel valore e nel rischio dell'atto di dare fiducia.
Possiamo dire addirittura che la democrazia rappresentativa ci fa riscoprire il valore dell'affidarsi e del riconoscimento dei propri limiti.

Nel mondo della complessità, della tecnica e dei tecnicismi, non possiamo fare a meno dei politici di professione, e questo lo aveva capito benissimo già Machiavelli cinque secoli fa. Il mondo dell'economia e dei rapporti internazionali è complesso, difficile, particolareggiato, tecnico appunto.

Con questo non intendiamo certo preferire alla democrazia la monarchia assoluta, la plutocrazia o l'oligarchia. Ma dobbiamo rassegnarci all'idea di una democrazia rappresentativa per quanto riguarda le questioni tecniche su cui il cittadino non è edotto. Affidarci e fidarci di qualcuno, con tutti i rischi che ciò comporta, è irrinunciabile.  Prodi all'epoca scelse al posto di milioni di italiani di entrare nell'Unione Monetaria e se questo è stato un bene o un male possiamo saperlo solo a posteriori. A quel punto potremo scegliere nuovamente se dare fiducia alle stesse persone che hanno deciso per noi.

Il contratto sociale resta: se hai sbagliato nella scelta ti revoco la fiducia e farò decidere qualcun altro. Ma il "democraticismo", vale a dire l'assoluta fiducia nel popolo che sceglie, può essere un boomerang che ti torna sui denti. A volte, ad un popolo che decide, è meglio preferire un popolo che si affida.

mercoledì 22 giugno 2016

"A cosa serve la letteratura?" di Umberto Eco

Esiste un "relativismo" dell'opera letteraria, per cui di essa si può dire tutto e il contrario di tutto? E poi, a cosa serve la letteratura? Di seguito una riflessione del celebre Umberto Eco.

A che cosa serve questo bene immateriale che è la letteratura? […] La letteratura tiene anzitutto in esercizio la lingua come patrimonio collettivo. La lingua, per definizione, va dove essa vuole, nessun decreto dall’alto, né da parte della politica, né da parte dell’accademia, può fermare il suo cammino e farla deviare verso situazioni che si pretendano ottimali. […] La lingua va dove vuole ma è sensibile ai suggerimenti della letteratura. Senza Dante non ci sarebbe stato un italiano unificato. […] E se qualcuno oggi lamenta il trionfo di un italiano medio diffusosi attraverso la televisione, non dimentichiamo che l’appello a un italiano medio, nella sua forma più nobile, è passato attraverso la prosa piana e accettabile di Manzoni e poi di Svevo o di Moravia. La letteratura, contribuendo a formare la lingua, crea identità e comunità. Ho parlato prima di Dante, ma pensiamo a cosa sarebbe stata la civiltà greca senza Omero, l’identità tedesca senza la traduzione della Bibbia fatta da Lutero, la lingua russa senza Puškin […]. La lettura delle opere letterarie ci obbliga a un esercizio della fedeltà e del rispetto nella libertà dell’interpretazione. C’è una pericolosa eresia critica, tipica dei nostri giorni, per cui di un’opera letteraria si può fare quello che si vuole, leggendovi quanto i nostri più incontrollabili impulsi ci suggeriscono. Non è vero. Le opere letterarie ci invitano alla libertà dell’interpretazione, perché ci propongono un discorso dai molti piani di lettura e ci pongono di fronte alle ambiguità e del linguaggio e della vita. Ma per poter procedere in questo gioco, per cui ogni generazione legge le opere letterarie in modo diverso, occorre essere mossi da un profondo rispetto verso quella che io ho altrove chiamato l’intenzione del testo.»


Sulla letteratura è una raccolta di saggi di Umberto Eco (Alessandria 1932-Milano 2016) pubblicata nel 2002. I testi sono stati scritti tra il 1990 e il 2002 (in occasione di conferenze, incontri, prefazioni ad altre pubblicazioni), ad eccezione di Le sporcizie della forma, scritto originariamente nel 1954, e de Il mito americano di tre generazioni antiamericane, del 1980.

martedì 14 giugno 2016

Don Pusceddu superstar ...


La bufera scatenata da don Pusceddu, sacerdote sardo, pare non placarsi ancora.

Contattato dai conduttori della trasmissione radiofonica "La zanzara" ha avuto l'opportunità di chiarire ciò che aveva affermato durante l'omelia: non avrebbe augurato la morte fisica degli omosessuali, ma quella spirituale, che è cosa diversa.

Dopo questa precisazione - tralasciando il suo paragone tra la gravità dell'atto omosessuale e quella degli atti di pedofilia - sembrava ci fossero tutti gli estremi per placare gli animi. Per di più è passata in secondo piano anche l'affermazione per cui "Quel ragazzo, che ha fatto questo gesto (la strage di Orlando), andrebbe veramente giustiziato lui", in barba alla contrarietà della Dottrina alla pena di morte. Ma questo ci sta, è un'iperbole che serve per colorire il discorso.

Dicevamo, ha augurato la morte spirituale, quindi, non quella fisica.

Ma la morte spirituale, per chi crede nella vita eterna, non è forse più grave di quella fisica, poiché consiste in una suprema ed interminabile dannazione? 

Per chi crede nell'immortalità dell'anima e nella continuazione della vita dopo l'esperienza terrena, invocare la dannazione vuol dire augurare la peggiore delle sciagure, il naufragio del suo intero "essere".

"Ma non sono io a farlo, è lo stesso San Paolo che lo dice! E' parola di Dio!" è questa l'obiezione del prelato.

E quindi? San Paolo parla con disprezzo anche delle donne; si legga la prima lettera a Timoteo a questo proposito, che forse molti ignorano:

"[11]La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. [12]Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. [13]Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; [14]e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. [15]Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia"

Quindi perché non pronunciare un'omelia di condanna delle donne? 

"Ma perché quello era un altro contesto storico! Dobbiamo contestualizzare il testo biblico!" risponderebbe il prelato. 

Ma perché la questione sulle donne va contestualizzata e lo stesso non vale per la condanna dell'omosessualità?

 Mistero della fede.

A questo proposito può essere utile la riflessione del prof. Mauro Pesce, docente di storia del Cristianesimo presso l'Università di Bologna, sul modo di interpretare le parole di Paolo rispetto alla citazione che ne ha fatto don Pusceddu, riferendosi alla Lettera ai Romani:

Il problema è il fondamentalismo. Paolo di Tarso nella sua lettera ai Romani sostiene che prova dell'errore religioso della cosiddetta idolatria è il fatto che gli "idolatri" praticano rapporti sessuali donne con donne e maschi con maschi. Per lui, il rapporto omosessuale è talmente orribile da costituire una deformazione umana gravissima. Il secondo passaggio del suo ragionamento è che la pratica omosessuale deriverebbe dal non adorare un unico Dio, l'unico Dio vero, quello ebraico. L’adorazione di Dèi diversi è definita dagli ebrei di lingua greca "idolatria", cioè culto di statue, immagini. L’idolatria consisterebbe nello scambiare la creatura con il creatore. E adorare la creatura. Tutti e tre questi presupposti sono senza fondamento. Primo: la morale dei cosiddetti politeisti era pervenuta da tempo a modelli etici altissimi. Non è vero che i cosiddetti "pagani" fossero degli immorali. Inoltre, la pratica omosessuale non è immorale. Qualsiasi comportamento accettato consensualmente tra persone in grado decidere liberamente è morale. Per giunta l'eros e l'amore nobilitano qualsiasi azione. Quindi non è vero che la pratica omosessuale sia immorale, e non è vero che gli idolatri siano immorali. Secondo, non è vero che adorare Dèi diversi sia "idolatria" perché i cosiddetti "pagani" sapevano bene che le immagini e le statue non erano la divinità, ma semplici statue esattamente come chi è inginocchiato di fronte alla statua di sant'Antonio o della Madonna sa bene che la statua non è né Antonio né Maria. I cultori delle antiche religioni sapevano bene che la divinità trascende anche i singoli Dèi e una distinzione radicale tra monoteismo e politeismo è difficile. Terzo, non c'è alcuna connessione tra politeismo e immoralità. Paolo affronta il problema sulla base di una visione etnocentrica (noi siamo i migliori, gli altri sono i peggiori) e di una concezione della sessualità che vanno ambedue radicalmente rifiutate. La lettera ai Romani qui non veicola il messaggio dell'amore indistinto, base della predicazione di Gesù, ma lo confonde con concezioni culturali arcaiche. La Bibbia non ha verità culturale, non ha verità scientifica, non ha verità storica. I testi religiosi, di tutte le religioni, veicolano verità di altro tipo. Considerarli veri da tutti i punti di vista è, appunto, il fondamentalismo.

Quanto fondamentalismo c'è in chi condanna e assolve al posto di Dio? Quanta superbia in chi si sostituisce a Dio?

Abbiate pazienza, ma io posso esprimere la mia opinione? Pago le tasse e sono un cittadino come tanti altri", sbotta ad un certo punto il sacerdote. 
Ma certo che può farlo; tuttavia ne accetti anche le conseguenze. Se la sua è La Verità, deve essere disposto a dimostrarla, non certo appellandosi semplicemente alla libertà di espressione.


Pensiamo a cosa sarebbe accaduto se un islamico, ad esempio, avesse invocato in una moschea, semplicemente appellandosi al Corano, la morte spirituale degli infedeli. Un putiferio. Giustamente.